Ritratto (verbo) sincero

Sono io la risposta sbagliata a ogni mia esigenza. Non mi perdono la procrastinazione. Il resto di me l’accolgo e lo coltivo. Ogni mia stortura e debolezza ha un canale privilegiato su tutte le mie qualità. Ho sempre detestato chi si definisce complice di se stesso, ma chi disprezza compra, e io compro benissimo.
Mi sono complice. Indefessamente. Inderogabilmente.
Sento il dovere di difendermi da tutto e da tutti, ma quasi mai da me stesso. Mi sopravvaluto. Potrebbe essere. Temo per la mia incolumità ogni giorno. L’unico torto che mi faccio è il tabagismo. Escluso questo avvelenamento lento, mi prodigo alla conservazione.

Riesco a concedermi la bellezza, la scelta, il piacere. Talvolta pure il dolce far niente. Eppure, avanzo dentro di me per paralogismi, a gamba tesa, e finisco querulo davanti ai fallimenti.
Dura pochissimo, in ogni caso. Nessuno sa consolarmi meglio di come faccio io. Solo mia madre sapeva trattenermi tra le braccia allo stesso modo in cui cullo me stesso.

Come Leduc, sono un deserto che monologa, ma a differenza sua non me ne lamento. Mi ascolto volentieri. Condivido il suo bisogno di essere ascoltato. Non che mi stanchi di parlarmi, però vorrei orecchie diverse a cui condurre le mie parole. Si scrive per questo, no?
Immagino sia per un bisogno di eterogenia. Intendo la teoria köllikeriana.
L’esistenza del singolo essere non è un riflesso stesso dell’evoluzione della specie? Una rappresentazione limitata nel tempo dei cambiamenti macroscopici? Kölliker ha ragione: spinti dal perfezionismo, progrediamo in modo discontinuo. O forse davvero mi sopravvaluto e non correggo il difetto per trattenere la mia unicità.
Sono sempre presente a me stesso anche quando, la notte, mi fermo con la mente sul comodino, tra un pensiero impuro e il sogno di grandezza.

Ho diari per ogni mia cronaca. E sono così megalomane che li ho battuti a macchina. Sono i libri che non mi vengono pubblicati. Sono la penna inascoltata.

San Valentino: the day after

Torna un autunno un po’ spregiudicato a punirmi per aver gradito quell’intervento di primavera fuori programma.
Oggi un golf di cotone mi è venuto in soccorso. Non è quello che preferisco, ma il cashmere in casa è pretenzioso. Clo direbbe eccessivo. Così la luce fuori è tornata a velarsi di grigio. Febbraio ha ripreso possesso della sua natura e io misuro i passi verso marzo e i suoi risvegli.
Ho appena finito di scrivere una recensione per Gufetto Press. Non sono stato all’altezza. Avrei e vorrei fare di meglio, ma mi si è intrecciata la penna. Mi avvito sugli stessi concetti. Ho la testa ovattata dal troppo pensare. È colpa delle mie letture.

Ho gli occhi sopra troppi libri in contemporanea. Il Mestiere Di Vivere di Cesare Pavese mi sta inamidando la voce e fintanto che sono sul mio romanzo dovrei astenermi dal farmi suggerire la traiettoria delle frasi. Indugio più volentieri sulle poesie di Spaziani. Mi regalano ritmo come fanno Duras e Leduc, senza adombramenti, intralci. Al contrario, hanno la prodigiosità di mettermi in luce. Spaziani quindi è l’italiana che mi merito. E lo dico così, slegandomi da ogni volontà di modestia.

Stasera ho una diretta con Emanuela Sorrentino. Una chiacchierata pubblica per parlare di “Al Faro” di Virginia Woolf. Lo abbiamo appena finito di (ri)leggere nel gdl JEC. Ho ripercorso La Finestra, Il Tempo Passa e Il Faro nel giro di dodici ore. Sono un lettore lento. Lo dico dopo aver scoperto che Daria Bignardi, in un articolo, ha confessato di poter leggere un libro di trecento pagine in un pomeriggio. TRECENTO!!!
Non sono un lettore competitivo, ma questa notizia, qualora fosse vera (e non vedo perché Bignardi dovrebbe mentire al riguardo) mi riposiziona nella consapevolezza di non essere poi così rapido nella lettura. E un po’ mi rattrista.
Perdo i libri in casa mia. Questo perché ho una libreria disordinata e disorganizzata. Prendo e rimetto sugli scaffali i volumi senza nessun criterio. Vedo sui social librerie predisposte come biblioteche. Ma ogni volta che mi dispongo a creare una certa logica tra i volumi, vengo sconfitto dalla verosimile domanda “ma da dove devo cominciare?”. Allora scelgo la pigrizia e accetto di dannarmi nello spostare più libri del necessario in una caccia al tesoro che implica ogni mio desiderio o bisogno di un determinato testo. Va da sé: chi è causa del suo mal, pianga se stesso.

Però oggi le rose che ho regalato a Clo per San Valentino sono ancora bellissime e fresche; lei è felice e, passando in salotto, l’ho pescata due volte con il naso tra i petali a catturarne il profumo e io, che ho sempre detestato il rosso, me lo faccio piacere. Alla fine è davvero questione di compromessi in amore. Lei con me è dovuta scendere a patti che io non avrei mai accettato. Le sono più che grato. Nessuna e nessuno avrebbe il dovere di sopportarmi.

366 giorni

Ho sempre sentito dire che si diventa newyorkesi dopo dieci anni di residenza. Mi piace pensare che la stessa regola valga per Roma. Allora mi mancherebbero solo due anni per definirmi cittadino romano a tutti gli effetti, anche se il mio cognome significa proprio “abitante di Roma” e quindi un po’ lo sono per diritto araldico.

Ieri, dopo un anno e un giorno da quando ho dato tutto quello che avevo in danaro per acquistare una casa, ho ritirato la copia dell’atto di vendita. Per scaramanzia ho atteso che passasse più di un anno. Corrispondo a Roma senza un soldo e meno di ottanta m2. Più un piccolo balconcino. Tutto posto al sesto piano nei pressi di via Appia Nuova. Ho sempre abitato questa parte della città e non mi figuro (al momento) di esistere quotidianamente in altri quartieri. Così vicino al centro. Così di rimpetto alla Valle della Caffarella. Ho provato in questa zona le mie prime emozioni romane.

Vorrei dire che abito quella casa, ma non è così. Però è mia. Ho acquistato un appartamento, quindi posseggo personalmente un pezzetto di questa sconfinata Città Eterna, consolidando di fatto il nostro matrimonio. Mi si dice che bisogna nascerci “a” Roma per essere romani. Io, però, sono nato “per” Roma. Dopotutto, se levate la negazione al mio cognome, le quattro lettere rimanenti formano il suo nome. Il nome del mio grande amore. Del mio destino e della mia destinazione. Non so dove morirò, ma so che voglio essere seppellito o sparso qui. Nessun posto al mondo sa amarmi così tanto. Qui non mi è possibile l’infelicità. Qui mi è solito uno stato d’animo privilegiato. Non ho mai amato un luogo così tanto.



Asia sud-est

Quando il mio corpo era giovane e non avevo soldi che per un treno regionale, mi accontentavo di guardare le riviste dei tour operator. Oggi che la mia materia e il mio spirito sono “quasi” coetanei e sfioro la borghesia per difetto di qualche migliaio di euro, non mi basta più.

Insomma, la coscienza di non poter ripartire immediatamente alimenta il mio desiderio di viaggiare. Sarà la luce di oggi, questo anticipo di primavera romana, ma è da stamattina che rimbalzano in me immagine asiatiche. Il Tevere colloquia con se stesso felice di andare verso il Tirreno, mentre io sono infelice di non riuscire ad andare da nessuna parte.
Cigni Selvatici. Inchiostro di China. Di libri per (s)vagare ne ho, ma una volta chiuso il libro torno qui. Rispolvero, dunque, ricordi di viaggi passati riguardando foto. La composizione degli album e delle loro poesie mortificano questo mio stato di prigionia europea.

Ho l’assaggio della Cina. Solo scambi e coincidenze. Tutto ciò che ho del Celeste Impero sono aeroporti, dogane e visti su un passaporto scaduto.
Ho l’intero Vietnam, da nord a sud, crepitio di Marguerite Duras, causa ed effetto dell’intera visita e della mia intera esistenza. Tutto per fare quella foto sul Mekong tra Sa Đéc e Vinh Long, perché “L’objet était trop mince pour la provoquer”.
Ho la Cambogia funestata da quell’ulcera al duodeno che ancora ignoravo e che ha guastato il mio soggiorno nel medesimo Raffles Hotel Le Royal dove era habitué William Somerset Maugham. Per questa ragione vorrei tornare e ripetere l’esperienza senza piegarmi in due sul ventre ogni sei passi.
Ho Bangkok e i matcha latte da Starbucks e quasi svenivo dal caldo tra Phra Buddhasaiyase e il Grande Palazzo Reale. Sono uno che ai tropici deve ripararsi sotto un ombrello. Le giungle smeraldo che gettano sui fiumi i rami. I mercati che galleggiano. I fiori che marciscono. Gli incensi che bruciano.
In Asia l’acqua è sacra. Questa combinazione di fluidi e sacralità si avvicina al mio mondo Cattolico. È un punto di confine che combacia. Due rette filosofiche che traggono forza dal liquido e consolidano il divino.

Il grande fiume io l’ho visto e navigato. Ho visto i suoi bracci e il suo delta, là “nella grande pianura di fango e di riso del sud della Cocincina, la pianura degli uccelli”. Non il Tamigi o la Senna o il Danubio. E neppure il mio adorato Tevere e il suo monologo. Niente è uguale al Mekong. Ha in sé tutte le capacità della poesia e della prosa. È un pianeta nel pianeta. Da solo ha formato e riformato intere culture.
La massiva portata delle acque che attraversano chilometri sconfinati e che riversano in mare cadaveri, resti arborei e i segreti che va via via strappando dalle rive di tutta l’Asia.

E il cibo mi manca, anche. Quei piatti che non hanno a che vedere con le portate europee. I profumi di incenso nei templi, le varietà di fiori e frutti nei mercati. La terra che non ha primavere non ha risvegli. O Monsoni o estati titaniche.
Ho molti Paesi da visitare e non un francobollo da usare per spedirmi. Il mio nuovo passaporto giace intonso riposto in un cassetto. Non ha polvere straniera tra le sue pagine, macchie di timbri. Chiedo ora quando sarà possibile presentarlo a mani che parlano lingue che non ho studiato. C’è odore di contumacia. La verginità del documento mi accusa di renitenza.

Le lusinghe che l’Asia del sud est mi ha rivolto mi hanno fatto arrossire e poi capitolare. Non credo di aver neppure opposto resistenza. Potrei perfino trasferirmi semmai un giorno Roma dovesse chiedermi il divorzio.

Di fatto, causa pandemia, passare le dogane è quasi impossibile.
Claudia mi chiama e mi dice “Vieni a mangiare il riso che si fredda”. E allora Asia sia in un piatto di riso e me lo faccio andare bene. Solo per adesso.

Primavere irrisolte

Dal giorno alla notte, senza un reale motivo, il terrazzo ha accolto lo sbocciare di qualche fiore. Sono tutti gialli. E se anche l’aria ha il tratto tipico di febbraio, non è così per la sua luce. Ha già preso risvolti primaverili. Roma ha il privilegio di un anticipo sulla bella stagione rispetto al resto dell’emisfero boreale. E si concede il lusso, e il vanto, di sfoggiarlo. Antica com’è, se lo può permettere. Godo di questo risveglio appiattito da cappotto e sciarpa. Un sermone della natura quei fiorellini. Sento il ritirarsi dell’inverno, stagionale e interiore, semmai abbia mai davvero soggiornato qui o dentro di me. Che poi, a Roma, non c’è davvero mai stato un inverno che durasse più di tre giorni. Forse sbaglio, ma volendo essere larghi di manica, il cumulativo dei suoi soggiorni non fa che un terzo di stagione. È quindi arrivata oggi 8 febbraio ’22 la primavera. Almeno sul mio terrazzo. Adesso. Questa mattina. Lo annunciano quei fiori gialli. La città mette alla porta l’inverno. Non mi irrito più. Dopo oltre otto anni mi sono allineato con il mio grande amore e anche io non vedo l’ora di uscire con solo una giacca leggera. Perché Roma è così seduttiva che alla fine ti fa piacere quello che non ti è mai piaciuto.